Da dove nasce l’attentato in Congo

Le morti dell’ambasciatore Luca Attanasio e della rispettiva scorta nella provincia di Kivu Nord, in Congo, non si possono considerare un fulmine a ciel sereno. Si tratta, certo, del primo ambasciatore italiano ad essere ucciso durante il mandato, mentre stava andando a visionare un progetto di alimentazione scolastica a Rutshuru. Ma quella zona, confinante direttamente con l’Uganda e il Ruanda, è da decenni teatro di feroci scontri basati sull’odio etnico e non solo. 

La regione orientale del Congo possiede un’enorme ricchezza naturale: nel suo sottosuolo infatti si trovano oro, diamanti, alluminio e rame in grandi quantità. Un patrimonio simile è da sempre oggetto di grandi attenzioni, non solo africane: i primi scontri ben documentati risalgono a metà ‘800, con i colonizzatori tedeschi che fiutano i grandi profitti legati alle miniere. La forza del sistema coloniale si basava, come in tutta l’Africa, anche sulle divisioni tra le tribù autoctone, il cui odio reciproco è perdurato anche dopo l’indipendenza. 

Le guerre etniche

La storia tra Congo e Ruanda ha conosciuto un momento tragico nel 1994, con il genocidio dei Tutsi, etnia aristocratica, da parte degli Hutu, etnia agricola. La parte moderata di questi ultimi, per sfuggire alla vendetta, si spostarono nell’allora Zaire, retto dal dittatore-generale Mobutu. Insieme ad essi tuttavia arrivarono anche numerosi guerriglieri estremisti, che proseguirono la caccia ai Tutsi congolesi. La situazione si evolse nella prima guerra del Congo (1996-1997), durante la quale Paul Kagame, nuovo presidente del Ruanda di etnia Tutsi, invase lo Zaire. L’obiettivo dichiarato era la persecuzione dei responsabili del genocidio di due anni prima, ma il controllo delle risorse dell’area era considerato altrettanto importante.

La guerra fece crollare il regime di Mobuto e portò al potere Laurent Kabila, oppositore del dittatore e alleato di Kagame. Kabila voleva in realtà essere più indipendente e decise di cacciare il capo del personale James Kabarebe (di nazionalità rwandese) per sostituirlo con un congolese. La mossa, che voleva limitare l’influenza del potente vicino, diede inizio ad un secondo conflitto, ancora più lungo e cruento.

Gli ultimi anni 

La guerra continuò fino al 2002, quando Joseph Kabila (figlio di Laurent succeduto al padre dopo l’attentato mortale) e Kagame firmarono il Trattato di Pretoria. Da allora il Paese vive un equilibrio precario, in cui le forze armate non governative controllano regioni come quelle di Kivu Nord e Sud. In queste zone le attività di generali congolesi come Laurent Nkunda e Bosco Ntaganda continuano ad alimentare l’odio inter-etnico, con relativi scontri, rappresaglie e crimini di guerra. Il tutto mentre stati confinanti e gruppi armati indipendenti (tra cui l’Isis) si uniscono alla rissa generale, creando un complicato miscuglio di rivalità, influenze e interessi.

L’ONU è intervenuta già nel 2002 per favorire le trattative che avrebbero portato al Trattato di Pretoria, ma non è riuscita a sedare realmente gli scontri. Anche qui infatti il potere di veto dei 5 Membri permanenti del Consiglio di sicurezza e la non vincolatività delle decisioni sono risultate determinanti. I morti dell’ultimo attentato sono le ultime vittime, in ordine di tempo, di un conflitto di cui ancora non si scorge la fine.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Iscriviti alla nostra Newsletter

Clicca QUI
X