La donna nella società contemporanea

Barbara Benedettelli si racconta

1. Kamala Harris è Vice Presidente degli Stati Uniti, nell’ultimo decennio la Germania e stata comandata dalla Cancelliera Merkel, in Italia Giorgia Meloni sta acquistando sempre più consensi; è il secolo che vede la donna al centro del mondo questo?

Preferisco dire che al centro del mondo ci sono le persone, al di là del genere, ovvero senza distinzioni. Se queste donne sono dove sono, è perché lo meritano al pari degli uomini nello stesso ruolo. Oggi le donne possono concedersi l’audacia. Possono scegliere che lavoro fare, chi frequentare, se stare sole o creare una famiglia, se fare o non fare figli. Sono a pieno titolo parte integrante, operativa e spesso dirigenziale in ogni ambito sociale. Ci sono donne (e madri) nei ruoli chiave della politica, della cultura, dell’industria e nonostante ci sia ancora molto da fare perché le opportunità professionali siano davvero paritarie in assoluto, oggi sanno come garantirsi (nei limiti delle difficoltà della crisi economica globale) anche quell’autonomia finanziaria auspicata già nel 1929 da Virginia Woolf in Una stanza tutta per sé. Se all’inizio del Ventesimo secolo la donna era ancora, per dirla con la Woolf, un’“assenza”, oggi è una presenza forte e viva, che ha anche un ruolo fondamentale nei libri di storia, dunque per l’umanità.

2.Quand’è che si è oltrepassata la soglia del maschio come figura alla quale prestare tutte le attenzioni per quanto riguarda la conduzione della politica dell’economia e dell’industria e ci si è concentrati sulla donna?

C’è stata una rapida e profonda mutazione antropologica e culturale in particolare negli ultimi 40 anni. La cultura legata al patriarcato è stata minata già nell’Ottocento con le prime lotte per l’uguaglianza e con la nascita dell’industria, che richiedeva sempre più manodopera costringendo la società a dare riconoscimento sociale al lavoro femminile e legittimità all’uscita dalle pareti domestiche delle donne. Poi negli anni Sessanta e Settanta del Novecento il patriarcato è stato bombardato definitivamente dall’ondata rivoluzionaria delle prime femministe, che hanno contribuito a mutare radicalmente il panorama dei diritti civili. Ma sono stati gli uomini dell’epoca a dare corso alle istanze di emancipazione delle donne, sono loro che hanno cancellato le leggi patriarcali e contribuito ad ampliare i diritti civili per quello che Simone de Beauvoir ha definito, nel 1949, “il secondo sesso”, rilevando l’asimmetria di base tra maschile e femminile esistente fino ad allora.

3 Cosa ha bloccato l’ascesa della donna nel mondo moderno fino a pochi anni fa?

A mio parere le donne stesse, spesso in netta e feroce competizione tra di loro. E il femminismo 2.0, che le vuole perennemente vittime della società e degli uomini, tenendole paradossalmente legate a uno stereotipo patriarcale nonostante il patriarcato nel nostro Paese non sia più legittimato né legalmente, né socialmente. La logica attraverso la quale muoversi, credo sia quella della complementarietà, non quella della contrapposizione e di un’inclusione strumentale, dunque sterile.

4 Pensa che una delle due categorie sia più adatta ad occupare cariche di potere nel settore politico, economico e in quello industriale?

No.

5.Non crede che si stia tendendo verso la sponda opposta? Cioè quella che vede troppo potere alle donne?

Troppo potere alle donne? Direi di no. Però uno sbilanciamento inverso c’è, soprattutto all’interno della famiglia. Come afferma Massimo Recalcati, “la rivoluzione riconduce sempre al suo punto di partenza, porta sempre con sé un nuovo padrone”. Oggi più che mai sono le donne ad avere il potere di vita o di morte del matrimonio e della famiglia, istituzioni che hanno cominciato a vacillare a partire dal 1970, quando è stata introdotta (giustamente) la legge sul divorzio, confermata nel 1974 da un referendum senza precedenti. Nel 1971 i divorzi in Italia sono stati 29mila. Nel 2015, 82.469 (+57% sul 2014 anche grazie all’introduzione del divorzio breve). Se in passato la donna era costretta a subire, oggi è proprio lei la prima a dire legittimamente basta. Se ieri era “proprietà” del marito insieme ai figli verso i quali non aveva voce, oggi è spesso lei a usarli (ingiustamente) come “oggetti” di contrattazione nel corso delle separazioni giudiziali.

6.C’è un rischio che l’uomo subisca un ridimensionamento e che di conseguenza sulle donne gravi poi troppa responsabilità?

Come dicevo prima, a mio parere l’unico grave ridimensionamento che subisce l’uomo ancora oggi è presente durante le separazioni giudiziali con figli e per quanto riguarda la violenza domestica. Nel primo caso nonostante le leggi la tendenza è quella di affidare sempre e solo i figli alla madre; nel secondo caso non c’è da parte della società civile, dei media e della politica, una presa di coscienza del fenomeno della violenza che subiscono i maschi all’interno delle relazioni intime. Ma questo è un discorso troppo ampio e complesso da affrontare in un’intervista, rimando gli interessati ad approfondire con la lettura del mio ultimo libro “50 Sfumature di violenza, femminicidio e maschicidio in Italia” (Cairo Editore).

7. Un’abilità in cui le donne sono imbattibili e viceversa.

Non amo generalizzare e dire: le donne (ovvero tutte) sono così, gli uomini (ovvero tutti) sono così. Ognuno, uomo o donna che sia, può dare molto alle persone che ama e alla società. Lo può fare in quanto essere umano, in quanto persona e poi in base alle differenze tra i sessi, che sono innanzitutto biologiche, genetiche, la base dell’umano in pratica, che si vuole in tutti i modi cancellare in nome di una identità costruita da una cultura ideologica minoritaria ma estremamente aggressiva e onnipresente mediaticamente e politicamente. Mascolinità e femminilità sono in primis un determinismo genetico (xx/xy) al quale non possiamo rinunciare se non vogliamo rinunciare alla nostra umanità. Un determinismo che le femministe contemporanee (lontane anni luce dalle prime) vogliono annullare sul piano politico e culturale. Quella “categoria binaria” ritenuta una forma di oppressione, rappresenta invece la nostra essenza. Le parole chiave di questo nostro tempo allora dovrebbero essere equilibrio, integrazione, unità, insieme. Ogni donna e ogni uomo è in grado di farle proprie.


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