La teoria economica della MMT

La Teoria Monetaria Moderna in inglese Modern Monetary Theory, è una teoria economica che descrive le procedure e le conseguenze dell’utilizzo della moneta a corso legale emessa dallo Stato.

Questa teoria economica, detta anche neo-cartalismo, viene sostenuta da alcuni economisti post-keynesiani e secondo certi autori la MMT descrive il sistema monetario che era in vigore sino all’abolizione del sistema aureo, avvenuta nel 1971 con lo Smithsonian Agreement.

La condizione di partenza per applicare tale politica economica dovrebbe essere un’elevata disoccupazione, una bassa inflazione ed un’offerta di beni e servizi superiori alla domanda potenziale.

L’attuale Presidente del Consiglio italiano Mario Draghi, durante un incontro al Parlamento Europeo avvenuto nel 2019 quando era Governatore della BCE, disse di considerare la MMT.

Draghi all’epoca affermò che la politica monetaria contemporanea, basata sull’immissione di denaro da parte della banca centrale nel sistema bancario privato tramite l’acquisto di titoli, non era il migliore approccio per contribuire ad affrontare problemi pesanti come il cambiamento climatico e le disuguaglianze economiche.

La Teoria Monetaria Moderna stravolge il sistema di politica monetaria dominante, nel quale il denaro stampato dalla banca centrale finisce prima alle banche private e poi, su decisione di queste all’economia reale e ai governi, proponendo che la banca centrale finanzi la spesa dello Stato.

Tale approccio annullerebbe la famosa regola della mancanza di soldi, poiché la moneta verrebbe stampata direttamente senza che lo Stato debba indebitarsi o inserire nuove tasse ai cittadini.

La MMT lavora prettamente sul tasso di disoccupazione rispetto al tasso di inflazione. In presenza di disoccupazione, i salari non possono aumentare e di conseguenza anche la domanda di beni e servizi. In tale situazione non avrebbe senso che lo Stato venga finanziato solamente attraverso le entrate fiscali perché ciò limiterebbe gli investimenti pubblici e privati.

In queste condizioni gli investimenti sarebbero finanziati con nuovo debito acquistato direttamente dalle banche centrali con una nuova moneta. Le risorse verrebbero utilizzate dagli Stati per degli investimenti strutturali in settori quali Sanità, Trasporti, Istruzione, Ricerca e Sviluppo e via dicendo.

La conseguenza sarebbe la richiesta di forza lavoro che porterebbe la diminuzione del livello di disoccupazione e l’aumento dei salari. Gli investimenti pubblici avrebbero una ricaduta anche sul settore privato con un’ulteriore espansione delle attività economiche.

Raggiunto il livello di piena occupazione, che si ottiene raggiungendo un tasso di disoccupazione attorno al 3%, l’equilibrio tra domanda e offerta verrebbe monitorato per evitare che un eccesso di domanda possa far aumentare la disoccupazione.

La banche centrali, secondo questa politica economica, hanno l’obiettivo di controllare l’inflazione, ponendo però in primo piano il tasso di disoccupazione e gli investimenti statali.

Per creare effetti positivi sull’economia in generale, dovrà esserci un’espansione degli investimenti nei settori elencati sopra, evitando così un’elevato indebitamento che peserebbe sui bilanci di Stati e imprese private, peggiorando ulteriormente le condizioni economiche e finanziarie di alcune aree economiche.

Dario Tagliamacco

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