La morte dei Beatles e la fine di un’era

10 aprile 1970: i Beatles non esistono più. Paul McCartney annuncia la sua separazione dal gruppo, dopo che gli altri membri hanno autorizzato l’uscita dell’album “Let it be“. L’intervento del produttore Phil Spector ha mutato profondamente il risultato finale, e il bassista si è sentito scavalcato nelle decisioni. E finisce così, in quella conferenza stampa, non solo il gruppo più popolare al mondo, ma anche un decennio irripetibile. I sogni e le speranze di un futuro radioso, libero dalle catene delle tradizioni, regole e modelli di vita precedenti si sono infrante. E lo scioglimento dei Fab Four è solo l’ultimo degli eventi.

L’inizio della fine

Il movimento hippie, vero protagonista delle proteste di fine anni ’60, iniziò ad esasperare ogni sua debolezza. La quantità di droga assunta era aumentata vertiginosamente, con danni fisici e psicologici devastanti. Neal Cassady e Jack Kerouac, figure chiave nell’esplosione del movimento, morirono nel giro di un anno (1968 il primo, 1969 il secondo), rispettivamente per droga e alcol. E il pubblico, artisti e non, che avevano tanto affascinato seguì il loro stesso percorso. Gli squilibri mentali e fisici generati dall’LSD e dalla sempre più diffusa eroina, quando non portavano alla morte, lasciavano segni indelebili. Tanto da ricordare a molti i soldati che tornavano dal Vietnam.

Ma i fattori decisivi per il crollo del mondo hippie furono due fatti di cronaca nera: l’omicidio di Sharon Tate e le violenze degli Hell’s Angels durante l’Altamont Free Concert.

La follia di una famiglia

Charles Manson era un ex detenuto dal passato turbolento, e durante l’ennesimo soggiorno in carcere si era costruito un notevole bagaglio culturale in ambiti quali come magia nera, ipnotismo e negromanzia. L’ascolto dei Beatles fu cruciale per le sue scelte successive: abbracciò in toto la cultura hippie e i suoi trip lisergici, ritenendosi investito dagli stessi Fab Four del compito di guidare le anime disadattate  per scatenare un’apocalisse. Manson si costruì una cerchia di fedeli seguaci, rinominata poi “la Famiglia”, e con la conoscenza di Dennis Wilson, batterista del Beach Boys, vide spalancarsi le porte del successo. Brian Wilson tuttavia lo allontanò rapidamente dalla villa e Manson sviluppò un odio fanatico per il mondo dello spettacolo, reo di averlo illuso. Desideroso di vendetta, pianificò insieme ad alcuni membri l’omicidio nella villa di Terry Melcher (produttore dei Beach Boys), dove allora abitavano l’attrice Sharon Tate e il marito regista Roman Polanski. Il 9 agosto alcuni membri della Famiglia penetrarono nella villa e uccisero tutti i presenti, scrivendo sui muri le parole “PIG”, come insulto verso le vittime, ed “HELTER SKELTER”, termine coniato da una canzone dei Beatles.

Ma se la colpa della tragedia di Los Angeles poté essere attribuita alla follia di un singolo e il Festival di Woodstock, avvenuto la settimana successiva e assolutamente privo di episodi violenti, ne mitigò in parte l’onda d’urto, il colpo di grazia arrivò pochi mesi dopo ad Altamont,

Una festa finita in tragedia

Nel dicembre 1969 i Rolling Stones vollero organizzare un festival gratuito come celebrazione finale del loro tour ad Altamont, in California. Non avendo ottenuto il permesso per utilizzare il Golden Gate Park, si cercò in fretta un nuovo luogo per l’evento. Si decise per l’autodromo di Altamont, dove venne montato un palco rivelatosi poi troppo basso per la portata dell’evento.

Il compito di salvaguardare la sicurezza dell’evento era degli Hell’s Angels, un gruppo di motociclisti già distintosi per la tendenza alla criminalità e alla violenza. Eppure da diversi anni avevano stabilito una sorta di alleanza con il mondo hippie, di cui condividevano la sensazione di emarginazione dal resto della società. Nonostante il patto funzionasse, gli Hell’s Angels, estremamente patriottici e di tendenze politiche destrorse e razziste, si dimostrarono sempre più insofferenti verso gli hippie. Ai loro occhi apparivano sempre più come viziati figli di papà, anti-americani, pacifisti e ben disposti verso i neri. La pericolosa miscela esplose proprio ad Altamont, dove gli Hell’s Angels uccisero, in circostanze ancora oggi oscure, uno spettatore diciottenne afroamericano. L’evento diventò una rissa il cui conto finale risulterà salatissimo: quattro morti, innumerevoli feriti e 400.000 dollari di danni.

Nonostante i punti oscuri, l’evento lasciò un’ombra definitiva sulle speranze che tanto avevano alimentato i dieci anni passati. Forse il destino del gruppo più importante era già deciso, e non dai suoi membri.

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